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    August 25

    Atlante

    Da moltissimi anni Atlante reggeva sulle spalle il peso del mon­do. A volte si lamentava, perché era un peso enorme; e a volte piangeva, perché le pene degli esseri umani erano così gravi e si sentiva triste per loro. Ma continuava imperterrito a fare il suo dovere; e in tutti quegli anni non aveva mai osato alzare lo sguardo, né allungare la schiena, per non far cadere il suo pre­zioso carico.

    Poi, un giorno, gli apparve una fanciulla meravigliosa che portava cibo e vino e che gli disse: "Perché piangi, Atlante? Alza lo sguardo. Deponi il tuo fardello. Vieni a mangiare, a bere e a rinfrescarti".

    Ma Atlante le rispose: "Vattene di qui e non distrarmi. Il mio compito è reggere il peso del mondo e non posso scaricarlo".

    Allora gli apparve il diavolo, che portava oro, argento e ric­chezze a profusione.

    "Perché piangi, Atlante? Alza lo sguardo. Deponi il tuo far­dello. Vieni a dividere con me questo bottino".

    Ma Atlante gli disse: "Vattene di qui e non distrarmi. Il mio compito è reggere il peso del mondo e non posso scaricarlo".

    Poi gli apparve Giove, il padre di tutti gli dei, che gli disse: "Figliolo, sono molto contento del tuo lavoro. Porti sulle spalle da mille anni il peso del mondo e adesso è ora di liberarti da questo pesantissimo carico. Alza lo sguardo, Atlante. Alza lo sguardo e sappi che ti amo".

    Atlante alzò lo sguardo e vide Giove, suo padre, che sorrideva e gli faceva cenno di avvicinarsi con le mani.

    E Giove gli disse: "Alzati in piedi in tutta la tua statura, Atlan­te, e lascia che il tuo corpo riprenda forza e vigore".

    E quando Atlante si mise in posizione eretta, in tutta la pos­sanza del suo corpo scultoreo, il mondo - che poggiava così sal­damente da così tanto tempo sulle sue larghissime spalle - salì lentamente nei cieli.

    Allora Giove disse: "Guarda il mondo, figlio mio. L’hai soste­nuto con tanta forza e con tanto amore che adesso può reggersi da solo. Guarda come sale nei cieli. Il mondo non deve più esse­re un peso per te".

    Ma Atlante si mise a piangere e gli disse: "Che cosa sarà di me, padre? Ho sorretto il mondo così a lungo; e adesso che non ce l’ho più sulle spalle che cosa farò? Che senso avrà la mia vita?".

    Giove lo abbracciò e disse: "Hai sofferto abbastanza, Atlante. È tempo che tu sieda alla mia destra, che abbia vino e cibo in quantità, e tutte le ricchezze che ti meriti. E il tuo compito, in­sieme al mio, sarà di sorvegliare non solo il mondo, ma anche tutti i pianeti della galassia.

    Atlante salì all’Olimpo e prese posto accanto a Giove; diede un’occhiata alla galassia e vide lune e soli meravigliosi, e stelle splendenti; sentì musica, canti e risate nell’aria purissima, e il suo cuore si riempì di un senso di gioia e di pace che non prova­va da mille anni.

    Giove lo abbracciò e gli disse: "Bentornato a casa, figliolo". 

    December 25

    I Want To Be A Machine

    Titolo: City Band: Strapping Young Lad | Etichetta: Century Media | Anno: 1997
     
    Violenza inaudita. Violenza straordinaria. Eppure violenza artificiosa. Artificiosa dacché cibernetica? Non esattamente. L’accezione del termine "artificiosa" non è negativa: il valore inaudito di quella violenza risiede nella sferragliante ironia che tutto condisce e tutto incendia, penetra nelle fibre della realtà e ne causa l’implosione nucleare. Un saggio dei nostri tempi asseriva che la genialità risiede nel dire in maniera divertente cose molto intelligenti. Probabilmente aveva ragione. Qui ne abbiamo un esempio piuttosto lampante. L’ironia conserva uno sguardo oggettivo sulla realtà; garantisce una posizione mai accondiscendente o tendenziosa, sempre interessante, perché più consapevole, autocosciente, metareferenziale e autoreferenziale, essa travalica i limiti della Scienza, questa mai in grado di osservare un oggetto senza infine osservare se stessa, o una parte di sé intersecata con quell’oggetto. In parole povere: l’ironia assicura il distacco necessario ad una visione obiettiva e [perciò] affidabile, condivisibile, intrigante e persuasiva.
    Townsend è maestro d’ironia. Con indiscutibile nonchalance, assorbe, elabora e propone in chiave lucente gli stilemi di distruzione pervasiva e totalizzante propri del metal estremo, il geometricamente esatto marciume claustrofobico professato dall’industrial, le apocalissi incombenti con piglio epico ventilate dall’hardcore, tutto ciò al di fuori dei rispettivi codici specie specifici di metal estremo, industrial e hardcore: merito dell’ironia, ovviamente.
     
    AAA, il groove masochistico in un crescendo di insofferenza omicida, prima serpeggiante, poi endemica e incontenibile, ricorda i KoRn dei tempi migliori, dopo una cura di steroidi hoglaniani. Room 429, magniloquente e velenoso incedere marziale, sentenzioso ciglio divino, power-thrash ottantiano nello spirito, appiccicaticcia forma canzone dal retrogusto synthpop sul piano discorsivo, e viceversa. All Hail New Flesh è un brano esemplarmente rappresentativo dell’arte di Townsend. Passaggi al fulmicotone di cieco annichilimento, imprevedibili buchi neri musicali che inglobano la realtà circostante in un turbinio spaziotemporale di dimensioni bibliche, restituendo le macerie fumanti ormai polverizzate di un mondo in rovina, alternati a tesissime - blastbeattiche però catchy - aperture melodiche nel ritornello, foraggiate da tastiere piane, semplici, discrete, ma funzionali, che aprono la strada a bridge di cinica rassegnazione ferina, lucida crudeltà misantropica, ascetica a-temporalità del pensiero, qui puro e tagliente come un diamante, puramente omicida. Oh My Fucking God: incendiarie rasoiate di furore psicotico fanno tabula rasa di ogni cliché dello pseudometal pseudoestremo degli ultimi anni, quello che prendendosi troppo sul serio perde ogni forza propulsiva, professando la devastazione totale ma allineandosi diligentemente nei canali [opportunistici] dell’innocua aggressività di maniera.
     
    Violenza inaudita. Violenza straordinaria. Eppure violenza artificiosa, dicevamo. Artificiosa dacché cibernetica, metarappresentazione ironica di una umanità che di umano conserva ben poco. “Voglio essere una macchina”, cantavano gli Ultravox!. “Macchine lo siamo sempre stati, e oggi come non mai”, pare il messaggio sotteso a questo disco.
    October 22

    Primiero ascolto, amore a primigenia vista

    Titolo: Tago Mago Band: Can | Etichetta: Mute U.S. | Anno: 1971
     
    Il canto salmodico si adagia stancamente su una base ritmica lenta ma possente. L’energia dell’elegia. Dietro l’angolo delle sonorità angolari, Reed si intrattiene con l’assolismo d’anima blues. Dietro le pelli, le argute poliritmie tradiscono origini jazz. Il ritmo insistente e ficcante, le melodie semplici e meccaniche, spiegano che ci troviamo in un varco spazio-temporale verso il futuro dell’elettronica. E’ una casa di carta. Non ci proteggerà da alcunché, ma è la nostra casa; perciò l’amiamo. Paperhouse. Tuoni in lontananza annunciano la furia del tempo. La pioggia scende copiosa. Un fungo non ci salverà dalla tempesta. O forse sì. Anche se è solo una stanza di poltiglia. Mushroom. Il canto segna un reedtorno rhythm’n’blues torrebabelico. O sovracomunicativo, laddove i comuni canali di comunicazione sono logori e abusati, quindi in-significanti. Un ritmo incalzante si avvicina incalzante. Non suona, pulsa. Oh Yeah. L’organo chiesastico sostiene spiritualmente piatti di batteria che implodono in un suono che retrocede per paura d’avanzare, cercando di trattenere un attimo, ma è costitutivamente proiettato verso il futuro: il tempo scorre cinico e inesorabile. E’ lussurioso e ammiccante. E’ drogato di sesso. Felicemente disperato e disperatamente felice. E’ l’hard-rock dalle tinte nere di fierezza classista. Gli adepti del culto degli acidi non sono dopotutto così lontani. Halleluwah. Il rito religioso è iniziato. Un ritmo seducente in odore di funk, un funk in odore di servizio religioso di una chiesa battista [l’isteria, la trance, la vertigine]. Quando il viaggio pare procedere a ritmo sostenuto e senza intoppi, un nuovo strapiombo l’arresta. L’impotenza di fronte allo spazio sconfinato. Fiammelle colorate di chitarrismo dissonante ci svolazzano attorno, ci confondono, sembrano volerci colpire. Tentiamo di afferrarle, ma sono troppo rapide e scaltre. Sono le leggi del mondo. Chissà se quel violinista impazzito conosce la nostra méta? Ci indica di cal[e]arci nel dirupo. Fin nelle grotte sotterranee di velluto donde provengono voci cavernose. “Attraverso urticanti tastiere e furioso drumming troverai la tua coscienza smarrita. Ma nessun tool ti salverà da te stesso” ammonisce. Aumgn. La samba magmatica e le sferragliate di drum machine-gun. E’ il delirio finale, il mistico contatto con le divinità. Cresce, pare voler esplodere; fino alla quiete.
    Chiedimi se sono morto. Bring Me Coffee Or Tea.

    Cosa ci resterà di questa vita?

    Titolo:  Il resto di niente | Genere:  Drammatico | Durata:  103' | Regia:  Antonietta De Lillo | Produzione:  Mariella Li Sacchi, Amedeo Letizia | Distribuzione:  Istituto Luce | Anno:  2004

     
    In un articolo apparso sul “Corriere del Mezzogiorno”, Vito Bruno individua e sottolinea il valore pedagogico di un’opera come Il resto di niente, definendo il film “necessario” e “da raccomandare soprattutto ai ragazzi”. Tale giudizio ci sembra oltremodo sensato. Tant’è che una delle proiezioni alla regista preme ricordare è quella avvenuta in un carcere minorile. Scegliere la pellicola da mostrare in quel contesto fu un’operazione tutt’altro che facile. La decisione di De Lillo fu però piuttosto ferma. Il resto di niente è per lei [e, dopo la visione, anche per noi, ma non senza qualche riserva, come vedremo] un film che parla a tutti, capace di raggiungere capillarmente ogni settore sociale, a prescindere dal grado di formazione culturale dello spettatore. Come emerso nel corso degli incontri, in tal senso pare sarà indirizzata d’ora in avanti la poetica della regista. Il messaggio del film è, dicevamo, universale.[1] Il “mezzo” no. O perlomeno, non lo è ad un primo livello di analisi. Successivamente alla citata proiezione, uno dei commenti “a caldo” raccolto fra i giovani detenuti fu pressappoco il seguente: “La storia è bella, ma il film è brutto”. Sul piano discorsivo l’opera non è piana, né regolare: in un pubblico la cui sensibilità è forgiata dai banali canoni televisivi o, al cinema, da beceri film di cassetta, non sorprende se la fruizione incontra qualche asperità. Rispetto agli standard settati da buona parte dell’attuale produzione filmica mainstream, Il resto di niente facilmente può risultare un testo spigoloso, a tratti insidioso. Eppure, nonostante le difficoltà che per certi versi arrecano alla lettura, le “ardite” scelte stilistiche [l’angolazione di alcune inquadrature, lo sviluppo non lineare dell’intreccio,...] veicolano un impatto emotivo di indiscutibile intensità. Probabilmente, la percezione di tale realtà è preclusa alla coscienza di un ragazzino. E ciò sebbene il film sia comunque riuscito a toccare le corde del suo animo [dacché egli testimonia di aver apprezzato la storia]. Muovendoci contro il suo così perentorio giudizio, pertanto, noi preferiamo sostenere che “la storia è bella perché il film è bello”.
    Ma in cosa risiede il valore didattico de Il resto di niente?
    Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Enzo Striano, un libro pubblicato da una piccola casa editrice e che gode di enorme successo a Napoli, rappresentando una storia profondamente sentita all’interno di quella comunità. De Lillo avverte dapprima un timore riverenziale nell’affrontare l’adattamento, però prende decisamente coraggio ad impresa iniziata, lasciandosi semplicemente guidare dal proprio istinto. Sebbene la fedeltà al romanzo e alla Storia non siano fra le priorità della regista, il frutto del suo lavoro è una rilettura elegante dell’originale letterario e una riproposizione cinematografica fine ed acuta della vicenda storica, la rivoluzione napoletana del 1799, che condusse alla proclamazione della Repubblica, a cui seguì però un violento ripristino dell’ordine e l’esecuzione capitale dei responsabili del colpo di stato. Fra i condannati a morte c’era Eleonora Pimentel Fonseca; ella assunse un ruolo di assoluto rilievo nelle dinamiche dell’evento, e nel film [come nel romanzo] rappresenta la protagonista, superbamente interpretata da Maria de Medeiros.[2] In tale vicenda, seppur per un tempo brevissimo, i valori di uguaglianza, democrazia e libertà brillarono di luce fulgida e purissima, grazie allo spirito di immolazione che animava un gruppo di giovani dell’epoca. Nonostante fossero circondati da una situazione avvilente e a dir poco complessa [non soltanto a causa della dominazione straniera, ma anche per via della ritrosia del popolino nel prendere parte alla lotta, della difficoltà a far maturare in loro una coscienza di sé e la necessità di un affrancamento[3]] seppero perseguire con stupefacente determinazione il sogno di un mondo migliore, un mondo più equo e paritario, e si batterono con ogni mezzo in nome della propria utopia, fino al tragico epilogo, in cui risultarono sconfitti eppure vincitori.[4] La loro vittoria, morale, non storica o fattuale, la si riconosce nell’intensità con la quale i napoletani, a distanza di oltre duecento anni, rivivono spiritualmente gli ideali e i sentimenti che informarono quella vicenda, come dimostra l’ampia diffusione del romanzo. Lo spirito di quell’episodio, secondo Bruno Roberti,[5] è caratteristico di “ogni crucialità rivoluzionaria” e accomuna in tal senso la Comune, l’Internazionale Situazionista, il ‘68, fino ai contemporanei movimenti no-global. Inoltre, a dispetto della precipua collocazione storica, alla luce dei recenti stravolgimenti che affliggono l’odierno quadro sociopolitico mondiale, l’opera gode di un’innegabile attualità. E’ la stessa regista a evidenziare come “Col passare degli anni […] sono emersi degli elementi politici importanti che non potevano essere lasciati fuori campo. Ho assunto un punto di vista che tenesse conto di aspetti sociali e politici. Tutto questo è accaduto in virtù della modernità della storia di Eleonora”.
    Si deve concludere Il resto di niente sia un film storico?
    Certamente, ne possiede le prerogative e ne sfoggia i crismi, senza però mai ricadere nell’autoindulgenza, sottraendosi con sapienza dalla compiacente celebrazione di fasti visivi, ma anzi, manifestando costantemente un lodevole senso della misura e una classe impeccabile [da ascrivere al riguardo le illustrazioni di Oreste Zevola, assieme storicamente pregnante e modernamente raffinata testimonianza di un’epoca, e le efficaci scene di massa, punto debole della produzione cinematografica nostrana[6]]. Come De Lillo testimonia in un’altra intervista, il film è frutto di un accurato processo di documentazione: “Rocca, oltre ad essere uno sceneggiatore molto bravo, è un grande conoscitore di quell’epoca”. Visivamente, ciò si riscontra nella cura profusa nella ricostruzione degli ambienti, negli abiti, nelle acconciature, e nel trucco: tutti elementi sontuosi eppure al contempo latori di una essenziale funzionalità.
    Tuttavia, come denuncia lo stratificato impianto formale, Il resto di niente è molto di più di un film storico. Basti considerare il peculiare ordine cronologico degli eventi nella macrostruttura, l’impiego drammatico delle sovraimpressioni e degli sfuggenti ralenti, la ricercata composizione del quadro con l’inserimento dei disegni di Zevola. In tal senso, un ultimo elemento, apparentemente di poco conto, rappresenta in realtà la pietra angolare di un singolare approccio compositivo [e quindi, interpretativo]: la protagonista non si cambia praticamente mai d’abito, e ciò sebbene la fabula copre un arco temporale di alcuni anni. E’ doveroso rimarcare come tanta opulenza del piano formale e la libertà nell’uso di talune soluzioni espressive non danneggiano minimamente la coerenza interna di un mondo [possibile]. Perché la coerenza di quel mondo è difficile da incrinare. Perché quel mondo non è Napoli di fine ‘700. Quel mondo è la coscienza della protagonista. Gli eventi sono i suoi ricordi. E le scelte stilistiche la drammatizzazione delle sue emozioni. Il resto di niente, prima di un film storico, è un film psicologico. La vera priorità di De Lillo è un carattere, e non un frammento, per quanto significativo, della Storia: non casualmente, nell’estratto di intervista di cui sopra, la regista si riferisce alla “storia di Eleonora” e non alla “storia della rivoluzione”. L’ambizioso obiettivo dell’autrice è di posizionare la macchina da presa nel cuore della protagonista. La pellicola ha un serpeggiante dominio onirico, il cui merito va anche e soprattutto alla concreta astrazione, all’attuale inattualità veicolate dall’eccellente lavoro svolto sul piano della fotografia. L’insegnamento espresso dall’opera assume, così, una prospettiva più intimista e personale. Le battaglie che il film ci chiama a combattere non sono soltanto né principalmente quelle dei moti rivoluzionari. Piuttosto, esse interessano innanzitutto la vita [privata, e quindi comunitaria] di ciascuno di noi. L’invito è quello di distruggere certe gabbie sociali, la cui comodità è dettata dall’abitudine. Avere un padrone annulla la nostra libertà, però ci conferisce una identità. Che spesso ci sforziamo di difendere pur di conservare il ruolo che ci siamo ritagliati nel mondo. Che ci hanno ritagliato. E’ chiaro che il padrone non è necessariamente una persona. Lo schiavismo che ci impongono [che ci imponiamo] è piuttosto simbolo di un modus vivendi. Cercare esclusivamente il proprio tornaconto personale, ad esempio, è “un modo misero di vivere”, come commenta De Lillo. Vivere senza ambizioni, senza sogni, per paura o mancanza di fiducia nelle proprie capacità, privandosi così della facoltà di incidere sul destino e sul mondo, crogiolandosi nella mediocrità dello status quo perché dà sicurezza, rifiutando la ricerca della giustizia, della verità, della felicità – la vera felicità -  e auto-abolendo in tal modo la nostra libertà, è aberrante. Questo sembra essere il significato ultimo del film. Per dare valore a tali considerazioni, ricorriamo ancora una volta alle parole della regista in occasione di un’intervista: “Le vicende dei personaggi de Il resto di niente sono commoventi. Ecco, io mi commuovo di fronte a questi individui perché sono mossi dall’utopia, un’idea che noi abbiamo perso e che invece dovremmo recuperare perché è necessaria, è ciò che ci fa muovere ed amare”. Un’esistenza dalla quale sia espunta la scintilla vivifica dell’utopia. Ecco cos’è veramente il resto di niente.


    [1] Anche in virtù della priorità accordata al contenuto emotivo piuttosto che alla fedeltà verso il romanzo o nei confronti della ricostruzione storica, i diversi piani di lettura cui la narrazione apertamente si presta consentono l’estensibilità del messaggio in direzioni storico-geografiche sorprendentemente varie. Non ultima, la Napoli dei nostri giorni, e più in generale, l’attuale situazione del Mezzogiorno.
    [2] In un’intervista, De Lillo curiosamente sostiene di non aver scelto l’attrice: “Maria de Medeiros è Eleonora”.
    [3] E’ illuminante il modo in cui la regista interpreta il fallimento della rivoluzione: “Democrazia, libertà, eguaglianza sono concetti che non devono essere semplicemente comunicati, ma anche codificati all’interno di una morale”.
    [4] In tal senso, è emblematica una delle scene conclusive del film, quella del processo. Eleonora, grazie all’integrità morale che la contraddistingue, alla purezza d’animo e alla risolutezza che le sono proprie, riesce moralmente ad oscurare coloro che la umiliano e la condannano a morte.
    [5] “Filmcritica” n. 555, Maggio 2005.
    [6] Questioni strettamente tecniche a parte, la soddisfacente resa delle scene che coinvolgono un gran numero di attori forse risiede qui nel peculiare approccio della regista: “[la folla] non è massa, ha un carattere, un volto, una definizione”.
    October 21

    Lilium Candidum

    Cos'è l'esistenza?

    Forse è imparare dai propri errori. Cercare la verità. Ingannandosi infinite volte. La tensione alla verità non può né deve mai abbandonarci, dacché in tal caso sarebbe la vita stessa ad abbandonarci.

    Ma è la verità che cerchiamo? Oppure è soltanto una persona l'obiettivo del nostro errare su questo mondo? Forse non vale la pena chiederselo, poiché non ci è dato distinguere le due cose.

    Vaghiamo privi di mèta finché non la vediamo quella mèta. Un'alba. Finalmente. Dopo interminabili giorni smarriti fra le tenebre.

    E nel momento in cui la raggiungiamo, ci rendiamo conto di quanto sia minuscola. Però sprigiona luce come nessun sole e nessuna stella. Il suo bagliore vivifico pervade l'intero universo. La stringiamo dolcemente fra le mani. Egoisticamente, vogliamo quella luce tutta per noi, privando il creato del suo splendore. Ci riscalda e ne gioiamo. La custodiamo gelosamente. E' una luce delicata, però. Essa si spegne fra i nostri palmi bramosi, colmandoci di nulla. Ripiombiamo negli oscuri giorni.

    E il gelo pervade nuovamente ogni fibra del nostro corpo e l'ambiente attorno impassibile.

    Non possiamo possedere quella luce, perché quella luce non si possiede. La si ammira e vi si tende soltanto.

    La luce non si è spenta. Ha cambiato sede. E di nuovo, laggiù, all'orizzonte, flebile Lilium Candidum in una notte d'inverno, l'alba rinasce. Segue la nostra ennesima corsa disperata, su questo pianeta alieno: solo lui, il Lilium Candidum, può renderlo nuovamente vivibile, palesandone il contorno umano, riportando il giorno laddove la notte soffocava le nostre speranze e ottenebrava i nostri sensi. Ora i nostri sensi sono vivissimi. Finalmente vediamo di nuovo. Respirando profondamente, riempiamo la nostra essenza del suo profumo, perché vogliamo essere lui. La sua luce è troppo pura e troppo intensa per resistervi: chiudendo gli occhi, spinti dalla sua celestiale essenza, corriamo verso di lui. Per la nostra assurda smania di possederlo, lo estirpiamo avidamente e lo stringiamo a noi. Nuovamente, estolto dal terreno, appassisce: abbracciamo il vuoto.

    Il Lilium Candidum non ci abbandona. Sa sempre rinascere e guidarci. Ogni giorno ha la sua alba. E noi non smetteremo mai di correre alla sua ricerca.

    E' questo il significato della nostra esistenza. Non è lecito domandarci se sia giusto tendere all'infinito per raggiungerlo, dacché solo lui incarna il giusto su questo mondo, e noi non possiamo in alcun modo opporvicisi.

    Un gioco con le palle [di drago]

    Titolo: Dragon Ball Advance Adventure | Sistema: Gameboy Advance |  Editore: Banpresto | Sviluppatore: Banpresto | Anno: 2005

    Qualche anno fa, nella maggior parte dei casi, parlando di giochi su licenza ci si riferiva a titoli dall'implementazione approssimativa e frettolosa. Buona parte dei fondi disponibili era infatti destinata all'acquisto dei diritti: scarseggiando le risorse da impiegare per la realizzazione della sostanza ludica, il lavoro finale risultava essere mediocre, il più delle volte. Oggi si nota una piacevole inversione di tendenza, in particolare per quanto concerne il brand della creatura di Akira Toriyama. Da un lato, su PS2, Dragon Ball Z Budokai 3 sfida a testa alta, pugni serrati e Kame-Hame-Ha mostri sacri quali Tekken, Soul Calibur e Virtua Fighter: sebbene non possa in alcun modo impensierire gli illustri colleghi dal punto di vista della profondità delle meccaniche di gioco, presenta tuttavia soluzioni ludiche curate e assai godibili. Dall'altro, nel suo piccolo, con questo prodotto il Gameboy Advance offre un titolo di azione/avventura di grande spessore. A cavallo fra i generi più disparati, Dragon Ball Advance Adventure si fa apprezzare fin da subito per una struttura immediata e di notevole impatto. Il sistema di controllo prescinde saggiamente da contorsioni funamboliche dei polpastrelli sul pad viste in altre produzioni simili, e la pressione di poche e semplicissime sequenze di tasti consente di riprodurre virtualmente la quasi totalità delle abilità in cui Goku si è esibito nel manga/anime. La gestione della protesi virtuale adottata nelle sequenze platformiche, con minime variazioni, si adatta alla perfezione alle fasi squisitamente beat 'em up uno contro uno: ciò dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, la solidità del sistema di controllo. Qualche minuto di allenamento è sufficiente a rendersi conto della notevole e godibile varietà dei modi in cui è possibile sbarazzarsi degli avversari. Col susseguirsi dei livelli, il protagonista vede crescere gradualmente le sue capacità ed apprende man mano nuove abilità; esse arricchiscono ulteriormente il sistema ludico, sebbene non sempre siano perfettamente integrate nel delicato meccanismo del game play: ad esempio, senza particolari problemi si può prescindere dall'uso dell'onda energetica per quasi l'intera durata del gioco. La curva della difficoltà è bilanciata in maniera piuttosto adeguata: se venire a capo delle prime situazioni pare impresa fin troppo semplicistica, già a partire dal terzo livello le sfide richiedono al giocatore dosi considerevoli di impegno. Se in DBAA dapprima la sensazione è quella di una ricchezza ostentata di generi, situazioni ed avversari differenti, ben presto l'interesse verso il gioco subisce una leggera inflessione a causa di una ripetitività di fondo che sopraggiunge una volta superati i primi livelli. Inoltre, man mano che la difficoltà cresce e gli stage divengono sempre più affollati di nemici, il game play tende a perdere la finezza dapprima palesata, sconsigliando l'impiego di tattiche complesse e ricercate, e caldeggiando piuttosto per la pressione rapida e inconsulta dei tasti al massimo della velocità di cui si è capaci. I difetti finiscono qua e, nonostante tutto, non deturpano gravemente l'esperienza di gioco, che resta assai piacevole. Ciò grazie anche agli ottimi disegni, alle gradevoli animazioni, e ad un frame narrativo costruito in maniera piuttosto convincente, mediante divertenti sequenze di intermezzo che ripercorrono efficacemente la storia dell'anime fin dai primi episodi. La narrazione non è veicolata esclusivamente da scene predefinite e dialoghi, ma è contestualizzata in modo funzionale all'interno delle fasi interattive: spesso l'impressione trasmessa è quella di rivivere in prima persona le situazioni della serie animata. Il merito principale di DBAA è difatti il seguente: attraverso i disegni, le situazioni, l'atmosfera e le felici scelte di game design, il gioco è in grado di catturare lo spirito del cartone/fumetto e riproporlo con successo, in una forma brillante e gustosa, nel formato interattivo.

    October 14

    Essere fighi è un dono. Non si impara: vi si nasce

    Ho aggiunto, fra gli interessi, l'argomento Coolness.
     
    Soltanto adesso realizzo la difficoltà ad affrontare un tema simile.
     
    Ci sarebbe da discutere anche di cosa separa la Coolness dallo Stylishness, ma non è questa la sede adeguata.
     
    Qui, piuttosto, voglio affrontare il fattore Coolness trattando di uno dei personaggi che più di chiunque altro lo ha incarnato in maniera sostanziale e convincente.
     
    Titolo: Cool Spot | Sistema: Megadrive | Editore: Virgin Interactive | Sviluppatore: Virgin Interactive | Anno: 1993
     
     
    L'idea alla base della nascita del personaggio è semplice.
    Tutto ha inizio da un pallino rosso, elemento fondamentale e riconoscibile del brand 7 up [bibita che dovrebbe essere tuttora in vendita, ma non ci giurerei, dacché è da un bel po' che non ne vedo in giro].
    A quel pallino, si aggiungano braccia e gambe, un paio di occhiali da sole all'ultima moda [almeno per i tempi] e una dose massiva di spocchia naturale e nonchalance. Un'autostima ostentata di cui non ci è dato sapere quanto sia concreta oppure di facciata, ma ciò non ci interessa: l'importante è che il protagonista "se la tiri a dovere". E che sia convincente nel farlo. L'animazione del protagonista è superlativa: basta guardarlo camminare per intuirne le proverbiali doti di donnaiolo, che punta non tanto su qualità personali oggettivamente sopra la media, ma piuttosto fa della sicurezza di sé la sua principale carta vincente: impossibile negarlo, Spot è un figo! Maneggia uno yo-yo con un carisma e una classe come non se ne vedono dai tempi di Fonzie.
     
    Cool Spot è in gamba. Sempre a suo agio, se la cava brillantemente in ogni situazione. Buca lo schermo surfando su di una bottiglia della famosa [per l’epoca] bevanda, e non importa quanto numerosi o pericolosi siano i suoi nemici. L’importante è spassarsela, questo è il suo motto. Affronta orde di granchi dalle chele affilate o api mortali badando soprattutto a non sporcarsi i preziosi occhiali da sole. Ma ha la testa sulle spalle: Spot è un eroe. Il suo compito è salvare i fratelli spots imprigionati da una non precisata barbosa entità malefica, nemica di quanto c’è di figo e divertente al mondo: se si tratti di una multinazionale che produce acqua minerale, non ci è dato saperlo. Il movente dell’iniqua carcerazione potrebbe essere l’invidia di qualche concorrente più tradizionale e meno cool, in grado di alterare a proprio piacimento i colori delle storiche figure natalizie.
     
    Ma Cool Spot è solo figaggine, tutta apparenza, nessuna sostanza, inconsistente come l'abbondante gas della bibita da cui è emerso? Lo zampino di David Perry, che dirige i giochi dietro a tanta ostentata celebrazione di superficialità, è di per sé garanzia di qualità e contenuti dissetanti. E’ un enorme peccato che il celebre game designer, autore di quel massimo capolavoro che risponde al nome di Earthworm Jim, esponente di punta dell’intero genere platformico, non sia riuscito a reinventarsi con altrettanta lucentezza dopo l’epoca d’oro dei 16 bit. MDK è notevole, ha buoni spunti, certo, ma diventa presto mortalmente ripetitivo e monotono. Messiah, dopo innumerevoli annunci paradisiaci, rimandato un numero non precisato di volte, alla prova dei fatti non risulta all'altezza dell'attesa che la sua apparizione ha richiesto. Enter The Matrix non merita neppure citazione. Più che altrove, è in quel perfetto incastro di sprite in bitmap e piattaforme che la memoria del geniale autore sarà trasmessa per i secoli e nei secoli. Genialità che in Cool Spot non raggiunge le vette del suo illustre collega vermico, [è piacevole ricordare che nella relativa serie animata, a Jim la voce fu prestata niente che meno da sua maestà Dan Castellaneta, delle cui corde vocali da anni beneficia il personaggio americano più rappresentativo di tutti i tempi, Homer Simpson]. Eppure qui il genere si avvia palesemente a futuri sviluppi, in un livello di difficoltà calvinianamente costruito su più strati: superare uno stage è un’impresa alla portata di chiunque. Collezionare tutti e 100 i gettoni rossi, diabolicamente dislocati in ogni livello, è un compito ben più arduo. La frenesia di talune situazioni farebbe rodere di invidia perfino il roditore più veloce della storia, Sonic. Peccato le ultime fasi del gioco appaiano quasi raffazzonate se paragonate alla certosina strutturazione delle prime situazioni. Ma ci sarà da sudare. Potete giurarci. Per cui, armatevi di una buona dose di pazienza e stipate nel frigo una quantità sufficiente di gassosa al limone. In onore dei vecchi tempi. La figaggine evapora col tempo. La gassosa anche. I bei giochi, per fortuna, restano.

    Scarpe da marinaio

    Band: Little Feat | Titolo: Sailin' Shoes Etichetta: Warner Bros / Wea | Anno: 1972
     
     
    Al primo ascolto è un disco così tradizionale che potrebbe apparire perfino noioso. Quasi avvisaglie anticipatrici di Americana lo stile della band, al pari di – ma oltre i – Creedence Clearwater Revival [che non hanno mai fatto del rock ‘n’ roll “puro”, un’opinione abbastanza diffusa questa, ma che sinceramente non riesco a comprendere], quella tensione al recupero delle radici musicali americane; tensione dal rigore quasi filologico, eppure mai fine a se stessa, anzi, ricca di passione, altrimenti neppure di musica si potrebbe a ragione parlare.

    Tuttavia, questo disco è un mutante. Si trasforma restando sempre uguale a se stesso. E’ vivo. Più che un supporto digitale, un microcosmo organico. Vi pulsa un cuore; il cuore grande e puro degli onesti e ligi contadini degli stati del Sud. Ma non commettete l’errore di sottovalutarlo, non prendetelo sottogamba giudicandolo frettolosamente per la sua apparente dabbenaggine. Ha anche un cervello brillante, un acume molto fine, una lucidità abbacinante. Al pari del Sileno, ubriaco, rude, vizioso, è in grado si svelare profonde verità. Accumulando gli ascolti, ci si avventura nei meandri, magistralmente congegnati, di calviniane letture su più livelli, finendo per scoprire che il disco è tutto fuorché canonico. Si potrebbe, piuttosto e perfino, parlare di progressive: ma nell’accezione originaria, non in quella che il tempo ha svuotato di significato.

    La scrittura è affinatissima. Non una nota fuori posto. Si direbbe che sotto la scorza di spontaneità con la quale la musica fluisce in assoluta naturalezza, ogni singolo gesto di ogni musicista sia frutto di una progettazione dalla precisione ingegneristica.
    La scrittura è concisa. Non una nota in più. I fronzoli sono banditi. Non perché la creatività della band sia avvinghiata nella rete del compromesso radiofonico. Né, tantomeno, perché i musicisti non siano capaci di divagazioni sul tema [esse fanno sporadicamente capolino dalle “rigide” strutture compositive]. Piuttosto, l’essenzialità è una delle virtù del gruppo: il processo creativo è frutto di quel lavoro di cesello sopra accennato; la progressiva sfrondatura cristallizza i pezzi in una forma pura tale da renderli luminosi, compatti e taglienti come diamanti.

    Forse sarebbe bastato scoprire che il chitarrista e principale compositore, Lowell George, proviene dalla corte di Frank Zappa, nelle Mothers Of Invention, per capire immediatamente che quel affondare placidamente nella tradizione non poteva che essere un carattere di facciata. Ma meglio così: il disco merita un ascolto privo di pregiudizi, puro e semplice, come lo sono le sue splendide canzoni.

    Tras-corriamo

    Tras-corriamo come fiumi in piena,
    oppure letti dal sole arsi
    ma soltanto per un poco.
     
    Tras-corriamo sempre di gran lena
    sempre uguali e sempre diversi
    nell'eterno ritorno nietzschiano.
     
    Tras-corriamo in infinita grazia
    di momenti irripetibili
    nella necessità di uno sbaglio.
     
    Tras-corriamo e tras-coloriamo
    sulle spalle dei più grandi saliamo,
    da lì guardando lontano.
     
    Tras-feriamo i nostri sogni invano
    all'usuraio e al villano
    al creatore e al suo perverso piano.
     
    Tras-luciamo come al sole il grano
    nel cuore un vulcano
    svuota le viscere di un pianeta insano.
     
    Tras-migriamo
    la mèta lasciamo
    la metà troviamo
     
    e così
     
     
    tras-corriamo.
    October 10

    Confessione [più profonda]

    IBS definisce La Confessione un testo a tema religioso. Ed ha perfettamente ragione. Tuttavia è anche esistenzialista, dal momento che filosofia e religione, come ho già scritto, non sono affatto campi separati o inconciliabili. Del resto, la religione cos’è se non una filosofia di vita delle masse [sebbene oggi lo è in maniera assai meno pervasiva e diffusa rispetto alla metà del 1800, epoca in cui lo scritto è ambientato]? Il “platonismo per il popolo”, come lo definisce Nietzsche, è in realtà il fondamento della vita stessa, secondo Tolstoj. La Confessione è, prevedibilmente, un libro autobiografico. Racconta della vita dell’autore, a partire proprio dalla prima giovinezza, in cui, sulla scia della scoperta della non esistenza di Dio da parte di un suo amico più grande, Tolstoj abbandona la fede cristiana ortodossa con cui era stato educato fin dall’infanzia. Quasi banalmente, all’abbandono della fede, allo smarrimento dell’anima travisata dal peccato, segue un periodo di relativa felicità, in cui l’autore conosce onore, fama e ricchezza. Ma tutto ciò non è che un bene fittizio, la lusinghiera tentazione del male, e presto la verità viene a galla: Tolstoj ha smarrito la fede, e con essa, il senso della vita. Per trovare risposte ai problemi insolubili dell’esistenza [Chi sono? Perché sono?] si rivolge, pertanto, alle scienze naturali e a quelle speculative; osserva inoltre gli uomini della sua cerchia, e legge i maggiori pensatori del passato. Scopre che le scienze naturali non offrono nessuna risposta, e quando ci provano, conducono a conlusioni prive di significato. Le scienze speculative affrontano proprio il problema del senso della vita. Però si arrendono alla sua insolubilità, e rendono la questione perfino infinitamente più complicata, senza riuscire a raggiungere una risposta soddisfacente. Indagando fra i suoi conoscenti, Tolstoj scopre che tutti fanno i conti con la questione, e lo fanno  in maniera differente, individuando 4 tipi fondamentali di reazione: il primo consiste nell’ignorare il problema in maniera quasi inconscia, per carenza di acume; il secondo nel trascurarlo volutamente e godere al massimo della vita finché ci è concesso; il terzo nel vivere il tormento in maniera così consapevole e coerente dal provocarsi la morte; l’ultimo consiste nell’addolorarsi nella piena consapevolezza della mancanza di senso della vita, ed essere però al contempo incapaci di rinunziarvi attraverso il suicidio [il quale, per coerenza, sarebbe l’unica via d’uscita possibile]. Tolstoj si riconosce nell’ultimo tipo: per debolezza, continua a sopravviversi, come se stesse aspettando qualcosa. E dopo qualche anno di angoscia, quel qualcosa finalmente giunge: l’errore dello scrittore è stato quello di limitare la sua indagine a ristretti ambiti e trarne gratuitamente delle regole generali. Il senso della vita lo trova nelle masse dei lavoratori, nel proletariato, in coloro a cui mai viene in mente di dubitare del senso della vita; si tratta delle persone che accettano la morte, la malattia e la sofferenza come necessarie, quasi con gioia.

    La risposta al suo dilemma, dunque, è la fede: l’unico ambito di pensiero che espunge dalla vita l’ineluttabile distruzione totale ed assoluta della morte; la sola disciplina capace di caricare di significato l’esistenza [finita] mettendola in relazione con l’aldilà [infinito].

    Dire che avevo travisato l’orientamento e il senso del libro è un eufemismo. Lo ritenevo, perfino, un importante antecedente del pensiero anti-cristiano, mentre si tratta di uno scritto prettamente religioso, a favore del [o perfino in lode al] cristianesimo. Lo consideravo un testo esistenzialista, alla stregua delle opere di Sartre e Camus, e invece qui l’assurdità dell’esistenza è sì contemplata, però soltanto in quanto tappa fondamentale del tortuoso e affannoso cammino verso la conquista della fede, quella vera.

    October 09

    "Definizioni" di arte

    Tempo fa, ero solito vedere, su di un canale satellitare a tema artistico, degli interessanti documentari dedicati ai principali pittori della storia. Certamente interessanti per le informazioni biografiche degli autori e per le analisi delle opere, quello che più mi colpì, e ciò che voglio ora condividere, però, sono le definizioni [passatemi il termine] di arte che taluni artisti espressero durante la loro vita.
     
    "Si vede [la realtà] come la si vuole vedere, in modo falso. E questa falsità è l'arte"
                                                                                                Edgar Degas
     
    "L'arte è una menzogna che ci fa comprendere la verità."
                                                                          Pablo Picasso
     
    La mia definizione, che elaborai in seguito a quelle visioni, è la seguente:
     
    L'arte è quanto rende necessario ciò che è contingente, mediante codici non convenzionali di un linguaggio, quali la metafora. 
     
     

    La Confessione

    "Il mio distacco dalla fede avvenne in me così come avveniva ed avviene ora nelle persone del nostro tipo di cultura. Esso, mi sembra, nella maggioranza dei casi avviene così: gli uomini vivono come vivono tutti, e tutti vivono fondandosi su princìpi che non solo non hanno nulla in comune con la dottrina della fede, ma che per lo più sono contrari ad essa; la dottrina della fede non ha una sua parte nella vita, e nelle relazioni con le altre persone non accade mai di imbattersi in essa, così come nella nostra vita non ci accade mai di consultarla; la dottrina della fede viene professata in un qualche luogo, lontano dalla vita e indipendentemente da essa. Se ci troviamo ad avere a che fare con essa, è soltanto come con un fenomeno esterno, non collegato con la vita."

     

    Ecco le righe che mi hanno fatto innamorare di questo testo. La Confessione di Lev Tolstoj.

    Sono anni che mi riprometto di leggerlo, eppure puntualmente me ne dimentico: il mio interesse è catturato da altre letture o, ovviamente, dagli impegni universitari. Tuttavia, credo che lo studio "ufficiale" non dovrebbe negare la possibilità di una maturazione intellettuale personale. Per questo, non appena possibile, ordinerò il testo in questione tramite Internet.

     

    http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1228&isbn=%208877104651

     

    Incredibile: secondo IBS si tratta di un testo religioso. A me sembra piuttosto un volume di puro esistenzialismo. A dire il vero è presto per esprimermi in merito alla questione, dacché del libro non ho letto che un paio di capitoli. Tuttavia, bisogna anche considerare che la religione non è un ambito così distante dalla filosofia. Non per niente Nietzsche definiva il cristianesimo come il platonismo del popolo.

     

    Cito da un sito [http://www.corsodireligione.it/scienza_religione/scienz_relig_3.htm]

     

    "Coincidendo con il venir meno delle certezze metafisiche, la morte di Dio coincide con il tramonto definitivo del platonismo, che per Nietzsche è la metafisica per eccellenza dell'Occidente. Lo stesso cristianesimo è nient'altro che «platonismo per il popolo». Infatti è stato Platone a «calunniare» filosoficamente questo mondo e ad inventare l'idea di un oltre-mondo, inteso come «vera» patria dell'uomo e come fondamento assoluto ed eterno dello sbiadito mondo delle cose temporali. Qualche autorevole studioso di Nietzsche ha sostenuto che la tesi della morte di Dio non coincide con la tesi della non-esistenza di Dio. Infatti l'ateismo sarebbe ancora una posizione a suo modo «metafisica», inaccettabile per Nietzsche. Per cui, tutto il discorso nietzschiano sulla morte di Dio, anziché assurgere ad espressione di una vera e propria convinzione metafisica, si porrebbe in fondo (secondo quanto aveva già sostenuto Heidegger), come semplice voce profetica di un accadimento in corso."

     

    Singolare che su un sito denominato "corso di religione" si trovi una critica piuttosto obiettiva a Nietzsche.

    La cosa non può che farmi piacere :).

     

    Alla luce della probabile influenza che ha avuto sull'intero pensiero occidentale avverso alla religione cristiana, Nietzsche compreso, inevitabilmente cresce in me l'interesse che verso il libro mi muove, e l'impazienza di leggerlo.

     

    Visto che sono buono, sebbene non sappia quanto ciò rientri nei limiti della legalità, linko ugualmente anche la versione web-testuale [ebook, diciamo] dell'opera in questione.

    http://www.readme.it/libri/9/9004030.shtml

     

    In virtù della possibilità di leggere gratuitamente uno scritto di tale caratura, spero nessuno si lamenti dell'errore [refuso, glielo concediamo agli autori di quella pagina] che afflige il titolo nell'ebook che ho linkato.

    Per amore di chiarezza, il titolo dell'opera è La Confessione, non Le Confessioni. Ci tengo a sottolinearlo perché troppo spesso il testo viene confuso con l'opera semiomonima di Agostino. Le librerie di Cosenza, ad esempio, mi citavano sempre quest'ultimo quando io domandavo specificatamente dell'opera di Tolstoj.

     

    Che altro aggiungere?

    Buona lettura!

     

     

     

    L'angelo

    Proprio quando ogni possibilità sembrerà perduta, un angelo scenderà in vostro soccorso.

    Il bianco delle immense ali bianche vi abbacinerà. Sbattendole dolcemente provocherà impetuosi venti che scuoteranno i rami rinsecchiti della consuetudine. Cadranno le foglie del pregiudizio formando sentieri di fogliame che calpesteremo nel cammino verso la nostra salvezza.

    Gli occhi puri come diamanti trapasseranno il vostro cuore riempendovi lo spirito di melodie celestiali.

    E sarà l'alba di un sole magnifico, di infiniti raggi di infinita lucentezza.

    La luce avvolgerà la terra. E sarà per sempre.

    Solo gli spiriti puri potranno godere di uno spettacolo di tanto splendore.

    Gli sguardi indegni periranno. Assieme alle tenebre che troppo a lungo hanno governato queste lande.

    E' il vostro giorno.
    E' la sua discesa.
    Accoglietelo.
    L'angelo.

    See you tomorrow

    Le possibilità sono tutte intorno.
    Sta a noi afferrarle, coccolarle, gioire con loro, farle crescere e diventare grandi.

    Non chiudetevi alle possibilità.
    Circondatevene.

    Verrà il vostro giorno.
    Non perdete mai la speranza.

    Il mondo sarà per voi.
    Un giorno.

    Potrebbe essere domani.
    June 19

    Wind Of Changes

    Questo blog sembra un po' vuoto.
    Se è questo che pensate, vi sbagliate.
    Il blog non sembra, è del tutto vuoto.
    Ho cancellato tutti gli interventi precedenti perché erano troppo deprimenti.
    Ora voglio impostare questo spazio secondo una prospettiva meno esistenzialista e più creativo-recensionistica.
    Diciamo che ho avuto un'ispirazione esterna, da parte di qualcuno che non cito.
    Tanto lui lo sa chi è :D.
    Cioè. Lui sa di essere se stesso. Questa è l'unica concessione esistenzialistica da ora in avanti.
    Ora vado: inizia il Simpson Time. Luogo sacro della giornata.